Agenzia Dire - Intesa Sanpaolo e la sanità integrativa a sostegno del sistema sanitario: "Obiettivo garantire le cure" - Axess PR
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Intervista all’amministratore delegato e direttore generale Intesa Sanpaolo RBM Salute, Marco Vecchietti

ROMA – “Garantire una migliore tutela della salute attraverso un Secondo Pilastro Sanitario che assicuri le cure pagate di tasca propria ed integri armonicamente i Livelli Essenziali di Assistenza erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, mediante piani sanitari sostenibili nel tempo e caratterizzati da elevati livelli qualitativi nella gestione delle cure”. Questa la mission di Intesa Sanpaolo RBM Salute, come dichiarato dal suo amministratore delegato e direttore generale, il dottor Marco Vecchietti, nel suo intervento ‘Il ruolo del secondo pilastro nella protezione dalle pandemie‘ nel corso della Summer School 2020 di Motore Sanità. “Un obiettivo importante- ha proseguito- che contiamo di raggiungere anche grazie al contributo fondamentale degli sportelli del Gruppo Intesa Sanpaolo, punto di riferimento per molte aziende e per molte famiglie italiane”. L’agenzia di stampa Dire lo ha raggiunto telefonicamente per approfondire meglio il ruolo svolto dalla sanità integrativa durate l’emergenza CoViD 19 e comprendere le prospettive per il futuro di questo settore.

– Volendo fare un primo bilancio, come si è comportata la sanità integrativa durante il periodo della pandemia?

“La sanità integrativa ha, in massima parte, sviluppato delle soluzioni dedicate alla gestione dell’emergenza in un contesto nel quale in generale il posizionamento di tutta la sanità privata si è modificato, anche per effetto delle misure introdotte dal Governo per la gestione del CoViD. In particolare, nella prima parte della Fase 1 la sanità integrativa ha messo a punto, in prima battuta, degli strumenti di supporto alle esigenze di natura ospedaliera (e.g. ricoveri, terapie intensive e monitoraggio clinico). Nella seconda parte della Fase 2, invece, gli interventi sono stati reindirizzati prioritariamente sulla gestione delle casistiche di quarantena ‘obbligatoria’ e/o di isolamento domiciliare, al fine di intercettare la progressiva de-ospedalizzazione del modello assistenziale sviluppato per le persone affette da questa patologia. La risposta della sanità integrativa nella Fase 1 è stata prevalentemente di natura economica tenuto anche conto che la stessa disponibilità dei posti letto privati, nei momenti più severi dell’emergenza, è stata opzionata dal Servizio Sanitario Nazionale. Nella Fase 2, invece, la sanità integrativa ha affiancato al supporto di natura economica già messo in campo nel contesto iniziale dell’emergenza anche un contributo in termini di capacità produttiva aggiuntiva di beni e servizi sanitari. Mi riferisco in particolare agli interventi di operatori specializzati del settore assicurativo, come ad esempio Intesa Sanpaolo RBM Salute, che attraverso l’integrazione diretta dei propri prodotti con le strutture sanitarie private, le professioni infermieristiche e la filiera produttiva del pharma hanno attivato Piani Sanitari ed Assistenziali in grado di mettere a disposizione delle aziende e delle famiglie assicurate dei percorsi di accertamento (in particolare, test sierologici e tamponi) e cura (terapie intensive e sub-intensive, fisioterapia respiratoria e trasporti sanitari protetti) aggiuntivi al Servizio Sanitario Nazionale favorendo il ritorno al c.d. ‘new normal’ e consentendo, nel contempo, la ripresa delle attività produttive. Intesa Sanpaolo RBM Salute, in particolare, attraverso il proprio network di strutture sanitarie convenzionate ha garantito ai propri assicurati la possibilità di effettuare test sierologici e screening utilizzando tamponi e reagenti aggiuntivi rispetto a quelli erogati attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, alleggerendo indirettamente anche la pressione sul sistema sanitario pubblico. Bisogna considerare del resto che le modalità di erogazione di prestazioni sanitarie ai lavoratori, soprattutto se effettuate presso le sedi produttive, presentano delle specificità organizzative che possono non essere pienamente compatibili con i modelli assistenziali attivati dal Servizio Sanitario Nazionale a favore di tutti i cittadini. Mi riferisco, in particolare, alla necessità di garantire protocolli omogenei per sedi aziendali presenti in Regioni diverse, e quindi caratterizzate da regolamentazioni che abbiamo riscontrato in questi mesi di emergenza essere spesso difformi, piuttosto che all’esigenza di sincronizzare l’esecuzione dei controlli tra colleghi appartenenti ad un medesimo ufficio e/o di ridurre i tempi di verifica dei casi sospetti per poter evitare il blocco di intere aree produttive. È per questi motivi che abbiamo scelto di caratterizzare la nostra proposta assicurativa ‘Rientro Sicuro‘ con una forte componente logistica dando la possibilità alle aziende di organizzare controlli domiciliari, presso le proprie sedi produttive e/o direttamente presso le strutture sanitarie convenzionate con il nostro network sanitario’.

– Ma quanti sono stati gli interventi dei Fondi Sanitari per i lavoratori che hanno avuto i sintomi del CoViD19?

‘In primo luogo credo sia utile precisare che dei 36 fondi sanitari istituiti dalla Contrattazione Collettiva Nazionale di Lavoro sono stati 26 i fondi sanitari che hanno attivato coperture specifiche per il rischio pandemico. Al riguardo si consideri che attualmente il comparto dei fondi sanitari contrattuali tutela già oltre 6 milioni di lavoratori, con un livello di copertura di circa il 55% dei potenziali beneficiari. Con specifico riferimento alle prestazioni sanitarie erogate in relazione al CoVid19, attualmente, i Fondi Sanitari contrattuali hanno finanziato tra i 50 mila ed i 60 mila interventi a beneficio di lavoratori che presentavano sintomi riconducibili al CoViD19. Per quanto riguarda direttamente Intesa Sanpaolo RBM Salute, abbiamo messo a disposizione di 20 fondi sanitari (tra fondi contrattuali e fondi aziendali) la nostra linea di piani sanitari integrativi dedicati alle sindromi influenzali di natura pandemica garantendo un contributo economico alle famiglie in caso di ricoveri per patologie respiratorie o di isolamento domiciliare (45% delle prestazioni erogate), favorendo l’accessibilità a test sierologici e tamponi (35% delle prestazioni erogate), attivando percorsi assistenziali e riabilitativi mirati al superamento delle sintomatologie specifiche (15% delle prestazioni erogate) e ampliando l’accessibilità a strumenti di video e teleconsulto di natura specialistica (5% delle prestazioni erogate). Abbiamo, inoltre, messo a disposizione polizze sanitarie dedicate anche al personale medico volontario reclutato dagli ospedali per la gestione dell’emergenza, in particolare in Lombardia, ai medici di base ed al personale infermieristico. Diverse le polizze sanitarie attivate anche nei confronti dei lavoratori impiegati in aziende strategiche per la continuità dei servizi come la filiera alimentare (ortofrutta e carni), dei servizi essenziali (credito e trasporto) e della distribuzione all’ingrosso’.

– Abbiamo compreso il ruolo importante già svolto dalla sanità integrativa. Ma, a suo avviso, sarebbe possibile fare di più? E poi come si potrebbe allargare la platea di beneficiari?

“Anche nel contesto difficile di questa emergenza la sanità integrativa ha mostrato, soprattutto durante la Fase 2, di essere in grado di supportare sia in termini economici che assistenziali il Servizio Sanitario Nazionale occupandosi, almeno in parte, delle esigenze dei lavoratori dipendenti. Nel contempo il minor apporto alla tutela della salute pubblica osservato durante la prima parte della Fase 1 ha evidenziato un punto sul quale da tempo cerchiamo di richiamare l’attenzione, ovvero sull’assenza di un modello organico di collaborazione tra Servizio Sanitario Nazionale e Secondo Pilastro Sanitario che impedisce la valorizzazione di importanti sinergie e inevitabilmente alimenta potenziali sovrapposizioni. Riuscire, come avviene nel Regno Unito, a fare fronte comune nella gestione delle Liste di Attesa – che oggi scontano anche gli effetti indotti dalla gestione della pandemia – consentirebbe, ad esempio, di assicurare ai cittadini una maggiore accessibilità alle cure ottimizzando l’organizzazione della risposta ospedaliera in ciascun territorio. E poi – come ricordava nella sua domanda – c’è un altro nodo fondamentale quello dell’estensione, potenzialmente a tutti i cittadini, della sanità integrativa. Come noto, quasi 2/3 degli assicurati dalla sanità integrativa sono lavoratori dipendenti. Queste persone beneficiano di una copertura della propria spesa sanitaria privata totale compresa tra il 30% ed il 40%. Nel contempo anche i liberi professionisti fruiscono della sanità integrativa attraverso i propri enti di previdenza obbligatoria che stipulano allo scopo delle polizze sanitarie integrative avvalendosi del mercato assicurativo. Le criticità iniziano da questo punto in poi quando si passa al mondo del lavoro autonomo, al lavoro atipico, ad una parte del pubblico impiego e poi ai percettori di redditi diversi, agli studenti ed ai pensionati. Si consideri che solo estendendo l’attuale impianto riservato ai lavoratori dipendenti a tutto il mondo del lavoro (pubblico, privato, subordinato ed autonomo) si potrebbe passare agevolmente dagli attuali 13 milioni di assicurati dalla sanità integrativa ad oltre il doppio. Se poi si prevedesse l’estensione delle forme sanitarie integrative anche ai familiari dei lavoratori assicurati si potrebbe raggiungere un livello di copertura di poco meno del 70% degli italiani, con importanti benefici per la salute di tutti. Crediamo molto in questo obiettivo e per questo motivo contiamo, attraverso la professionalità e la capillarità degli sportelli bancari del nostro Gruppo di poter mettere presto a disposizione di tutti i nostri clienti delle polizze sanitarie integrative in grado di garantire soluzioni simili a quelle che le aziende attualmente rendono disponibili al proprio personale”.

– La sanità integrativa in questo periodo, come è emerso anche nelle varie relazioni della Summer School di Motore Sanità, ha risposto all’emergenza anche attraverso la creazione di polizze anti Covid che garantissero i lavoratori. Quale altra risposta assistenziale può fornire?

“La sanità integrativa si occupa, per ‘definizione’, di ‘integrare’ i Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale. Dove emergono nuovi bisogni sanitari, o comunque, aree nelle quali la risposta della sanità pubblica non è completamente fruibile, la sanità integrativa può assicurare percorsi di cura aggiuntivi. Non bisogna dimenticare che le persone non utilizzano la sanità privata necessariamente in alternativa alla sanità pubblica ma, spesso, per complementarne la risposta assistenziale. Mi riferisco, ad esempio, a tutte quelle situazioni in cui le persone prenotano nel privato i propri accertamenti diagnostici per ridurre i tempi complessivi di un percorso di cura già avviato presso il Servizio Sanitario Nazionale. Oggi buona parte dei cittadini, anche per effetto della recente situazione vissuta durante la pandemia, ha compreso l’importanza di poter disporre di prestazioni sanitarie aggiuntive a quelle del sistema sanitario di base e, soprattutto, accessibili con maggiori livelli di personalizzazione. È proprio per gestire al meglio questo nuovo contesto che stiamo programmando una nuova offerta di piani sanitari integrativi e polizze sanitarie che sappia rispondere al meglio ai cambiamenti recentemente intervenuti nei bisogni di cura del cittadino”.

– Molti interventi chirurgici durante l’emergenza sono stati rinviati, come pure i malati cronici si sono spesso trovati da soli a gestire le loro patologie. Come potrebbe la sanità integrativa supportare questo tipo di pazienti?

“Indubbiamente la Fase 1 della pandemia ha fatto registrare un momento di importante discontinuità sia nella gestione della cronicità che nella stessa programmazione degli interventi chirurgici (non urgenti). Durante la fase acuta della pandemia è stato inevitabile concentrare l’effort massimo sulla gestione dell’emergenza differendo, inevitabilmente, tutti quegli interventi che potevano essere riprogrammati. È chiaro che questa situazione si stia ora ripercuotendo sulle liste d’attesa che si sono inevitabilmente allungate. Anche sul fronte della cronicità, del resto, la situazione è analoga. Per poter fronteggiare l’avanzata del CoViD19 è stato necessario riorganizzare le strutture assistenziali, creare nuovi reparti, attivare percorsi assistenziali dedicati. Oggi, lentamente, si sta tornando alla normalità ma in diversi campi – penso ad esempio a quello dell’assistenza infermieristica – i volumi da gestire sono cresciuti significativamente. Proprio questi fenomeni dovrebbero indurre, a mio avviso, a riflettere sull’importanza di un sistema sanitario organizzato su due livelli che affidi le ‘cure complementari’ ai Livelli Essenziali di Assistenza ad un secondo circuito in grado di garantire la continuità delle cure anche in momenti in cui il Servizio Sanitario Nazionale si trovi necessariamente ingaggiato a fronteggiare situazioni di elevata criticità, come quella da cui stiamo gradualmente uscendo. Ne beneficerebbe non solo la tenuta del sistema sanitario nel suo complesso ma anche i cittadini stessi che potrebbero avere maggiori garanzie di continuità assistenziale’.

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