“Vedere nascere ogni giorno delle nuove vite mi ha aiutato ad affrontare l’emergenza Covid-19”- la testimonianza di un’ostetrica - Axess PR
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Carlotta, ostetrica, racconta ai microfoni di Strike l’esperienza da lei vissuta in prima persona, durante l’emergenza Covid-19, all’interno del reparto di ostetricia e ginecologia presso il quale lavora.   

“Vedere nascere ogni giorno delle nuove vite mi ha aiutato ad affrontare l’emergenza Covid-19”- la testimonianza di un’ostetrica - Axess PR  Immagine articolo ostetrica
L’ostetricia al tempo del Covid-19

Venerdì 21 febbraio, con i primi casi accertati di Covid-19, inizia in Italia l’emergenza sanitaria. Quali sono state le tue sensazioni in quei primi giorni, ti sei subito resa conto della gravità della situazione, vivendola dall’interno di un ospedale?

Sinceramente devo ammettere che io, almeno all’inizio, non mi sono resa realmente conto della gravità della situazione e anche dall’interno del mio reparto, quello di ostetricia e ginecologia, si percepiva che sì qualcosa era cambiato ma non tutto era ancora ben chiaro e definito. Portavamo le mascherine e i guanti, all’ingresso della struttura a tutti (pazienti, accompagnatori e operatori sanitari) veniva misurata la temperatura, non potevamo far entrare al pronto soccorso chi proveniva dalle zone rosse istituite nel lodigiano ma non eravamo fin da subito bardati come degli astronauti e pensavamo che il Coronavirus fosse un qualcosa che potesse colpire solo gli anziani o chi aveva già delle patologie croniche pregresse. Nella prima fase i tamponi venivano fatti solo a chi entrava in terapia intensiva o a chi presentava dei sintomi riconducibili al Covid-19. La nostra struttura ha subito una riorganizzazione degli spazi, attrezzandosi per poter accogliere pazienti positivi al Covid-19, con la trasformazione di alcuni reparti inutilizzati in reparti solo Covid e un incremento del numero dei posti letto in terapia intensiva. 

Com’è cambiata l’organizzazione all’interno del reparto maternità e in sala parto?

Noi come reparto maternità, non essendoci stati casi di contagio, non abbiamo mai avuto una suddivisione tra zone cosiddette ”pulite” e zone “sporche”, cosa che invece è avvenuta all’ingresso del pronto soccorso. Prima dell’emergenza Covid le pazienti gravide accedevano al pronto soccorso generale, superavano un pre-triage  e da lì poi arrivavano da noi in reparto accompagnate da un operatore socio-sanitario (OSS). Adesso invece, essendo il pronto soccorso generale considerata una zona “sporca”, queste arrivano direttamente da noi in reparto senza passare prima dal pronto soccorso generale, compilando e firmando un questionario di autocertificazione in cui devono dichiarare di non avere sintomi da Covid-19 e di non aver avuto contatti recenti con persone positive. A questo punto viene rilevata loro la temperatura corporea e vengono monitorati alcuni parametri: se tutto è a posto viene fatta l’accettazione e in caso di ricovero ora le donne gravide vengono tutte sottoposte a tampone, con esito che arriva in un giorno/un giorno e mezzo. Nell’attesa che arrivi l’esito del tampone le donne gravide vengono ricoverate in stanze singole poi, se negativo, vengono trasferite in stanza assieme ad un’altra donna, anche lei ovviamente risultata negativa. Se invece una donna gravida, pronta al parto, dovesse avere una temperatura corporea superiore a 37,5 gradi, manifestare sintomi da Covid-19, aver avuto contatti con casi positivi questa viene fatta entrare nel corridoio “sporco” del pronto soccorso e da lì condotta all’interno della sala parto, anch’essa considerata“sporca”, in modo che lei non passi nelle sale parto principali, preservando così le altre persone. Per quanto riguarda invece i cesarei e/o gli interventi di ginecologia le pazienti si presentano in ospedale due giorni prima della data fissata, vengono sottoposte al tampone in modo così da avere poi già l’esito prima dell’intervento. La stessa cosa avviene per chi ha una gravidanza che è andata oltre il termine fissato e deve fare un’ induzione. Anche per le operazioni ginecologiche il tampone viene fatto prima e in questo caso addirittura ne vengono fatti due: uno 5 giorni prima dell’intervento e il secondo dopo altre 48 ore.

Com’è cambiato il vostro abbigliamento durante il turno di lavoro?  

Nell’era pre-Covid noi indossavamo la divisa e gli zoccoli mentre mascherina e cuffietta le portavamo solo quando andavamo in sala operatoria per i cesarei mentre nell’assistenza al parto noi avevamo il camice monouso e i guanti sterili. Ora è cambiato tutto: per l’assistenza al parto dobbiamo indossare camice monouso, doppi guanti, occhialini, visiera e mascherina FFP2 alla quale, quando assistiamo una paziente durante il parto o un cesareo, aggiungiamo anche la mascherina chirurgica. Ora dobbiamo tenere tutto il tempo anche la cuffietta, prima invece era obbligatoria solo in sala operatoria.  Questo perché noi, anche in presenza di un’autocertificazione di negatività, dobbiamo sempre considerare e trattare ogni paziente come fosse potenzialmente positiva. Per un bel po’ di tempo questo sarà il nostro nuovo abbigliamento.

 Il rapporto con le mamme: com’è cambiato e quanto ti sei dovuta “trasformare” anche in psicologa, dando loro supporto?

In questa situazione di emergenza è capitato spesso che le pazienti, molto preoccupate, ti chiedano: “Mio marito può assistere al parto?”.  Allora, noi ci comportiamo in questo modo: nel momento in cui la donna arriva in ospedale e non deve partorire subito e quindi deve essere trasferita in reparto il marito non potrà essere presente assieme a lei. Viceversa se la donna è già nella fase del travaglio il marito, dopo essersi sottoposto anche lui al controllo della temperatura corporea e aver compilato e firmato l’autocertificazione,  può stare accanto a lei con l’obbligo di indossare la mascherina. Sono cambiati anche gli orari delle visite: può venire una sola persona per paziente, per due ore al giorno (una al mattino e l’altra il pomeriggio), i parenti devono rimanere a casa in modo da diminuire il più possibile gli ingressi in ospedale e nel reparto. Ora certo dobbiamo essere un po’ più presenti accanto alle donne, loro hanno paura e ciò si è visto molto bene nel periodo di massima emergenza nel quale abbiamo registrato una diminuzione drastica degli accessi al pronto soccorso: se prima la paziente sarebbe venuta anche solo per un minimo dolore/sospetto con la pandemia e i rischi di contagio non veniva più. Spesso, tra marzo e aprile, molte pazienti arrivavano  da noi già in travaglio mentre prima, già con un po’ di contrazioni, si presentavano in ospedale. Ora, in questi ultimi giorni, abbiamo notato come gli accessi al pronto soccorso sono di nuovo aumentati. In ogni caso per una donna gravida non è affatto facile partorire indossando la mascherina, poi alla fine sta a loro decidere se metterla oppure no, noi ostetriche in ogni caso siamo protette.   

Con le notizie della tragedia che si stava consumando nei reparti di terapia intensiva e nei pronto soccorso degli ospedali quali erano le tue sensazioni uscendo di casa per andare al lavoro? Hai mai avuto paura del contagio e di poter diventare tu stessa, per il lavoro che fai , un possibile veicolo di contagio per la tua famiglia? Hai adottato delle precauzioni particolari?

Ovviamente devo dire che questo non è stato un periodo facile per me, è stato molto pesante. Se prima dell’emergenza io sono sempre andata al lavoro con i mezzi pubblici adesso invece utilizzo la macchina: andando a lavorare in macchina sicuramente il rischio di contagio diminuisce ma il vero rischio noi ostetriche lo corriamo comunque in ospedale. Qui con tutte le protezioni che abbiamo stiamo più tranquille ma mai al 100%. Ho fatto sia il tampone che il test sierologico, entrambi sono risultati negativi. Io l’unica persona che ho visto in quarantena è stata mia madre con la quale convivo e lei, nel pieno della quarantena, ha avuto un periodo in cui stava male e non si capiva bene il motivo, ci siamo spaventati parecchio. Quando io facevo le notti oppure  quando era a casa da sola mia madre non dormiva e i sintomi peggioravano ma, vista la situazione, le ho vietato di andare in pronto soccorso e la monitoravo io da casa, vedevo come stava, andavo a fare la spesa, dandole tutto il mio supporto anche psicologico. Con lei sono stata molto razionale, quasi fredda e distaccata per evitare di accrescere la sua ansia e preoccupazione. Sarei anche potuta andare in una casa in affitto messa a disposizione per noi operatori sanitari ma mia madre, per sua sicurezza, mi ha sempre detto di no; lei era molto preoccupata, quasi più di me che io non tornassi più a casa dall’ospedale, che mi avrebbero tenuto lì. La stessa preoccupazione l’ho vista in alcune mie colleghe che quando tornavano a casa avevano dei figli piccoli.

Vedere ogni giorno la nascita di nuove vite quanto ti ha aiutato a non pensare a quello che stava accadendo negli altri reparti ospedalieri? 

Il mio lavoro, devo essere sincera, mi ha aiutato molto: lavorando infatti per me è cambiato ben poco nell’organizzazione delle mie giornate, avevo la testa sempre impegnata anche se poi quando avevo i giorni di riposo ed ero a casa reclusa senza poter uscire nemmeno per poter fare una passeggiata mi è mancato parecchio. Penso però di essere stata fortunata perché almeno il tempo mi passava e avevo delle cose da fare; ero sì più a rischio ma avevo un lavoro, delle entrate. Io penso di fare uno dei lavori più belli del mondo che in generale ti dà molte soddisfazioni ed effettivamente in questo periodo io vedevo molto di più le cose belle, quasi come se fossi immersa in una bolla a parte. Ovviamente però non è che non ti accorgevi di quello che succedeva intorno anzi e sicuramente il pensiero di dover entrare ogni giorno in ospedale era pesante. A volte, dalle finestre, mi è capitato di guardare il reparto Covid di fronte al nostro e ho visto persone che la sera c’erano e la mattina successiva non c’erano più, di fronte a queste cose ci rimani,ti segnano in modo profondo. Io so di essere, per il lavoro che faccio, più a rischio degli altri ma la mia vita non è condizionata da questo pensiero e non penso di aver vissuto male questa situazione e questo periodo. Mi ha molto commosso poi un giorno vedere e leggere sui giornali e in tv una statistica alternativa rispetto ai bollettini quotidiani della Protezione Civile sui contagi: “oggi sono nate tot nuove vite”.  

Cosa ti ha insegnato questo periodo di emergenza? C’è un ricordo particolare che ti porterai dietro per sempre di questa fase?

Mai dire mai nella vita!(sorride ndr). Questo periodo è stata forse l’occasione per riprendere un po’ i rapporti e i contatti all’interno della famiglia,con gli amici, facendo cose che prima non facevamo mai o comunque facevamo molto poco. Poi ti dico un ricordo particolare che mi porterò dietro è il momento in cui ho ricominciato a rivedere i miei affetti più cari, contrapposto però al nervoso provocato dal vedere in giro un po’ di stupidità con certi comportamenti al limite adottati da parte di alcuni cittadini. 

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